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Abstract: “Micropenis” is used to define a penis
less than 2.5 SD long compared to the mean length for age
and sexual development stage, provided that this organ does
not show any other anatomic anomalies. By “small penis”
we mean a penis having a size objectively within the standard
limits but which is not considered satisfactory by the subject
(“Locker-room syndrome”). This disorder is included
in dysmorphophobia and is the main reason why some men undergo
penile elongation techniques. Measuring performed with stretched
penis shows a close correlation with the real length during
erection. The mean length of the flaccid penis in Caucasian
post-puberal male is 8.8 cm; when stretched it is 12.4 cm
(+ 2.7 cm); during erection 12.9 cm, but there is a wide range
in different studies. Therefore we talk about a micropenis
when its length is < 6 cm. Medical treatment is limited
to hypogonadic males by increasing serum androgenic values.
Several techniques of penis elongation exist, which are based
on external stretching of the penis or classic surgery. Surgical
techniques include the subtotal dissection of the penile suspensory
ligament and the prepubic liposuction. Liposculpture is the
insertion of autologuous adipose tissue into the penile subcutaneous
in order to increase the organ circumference. Among physiotherapeutic
techniques, our group is making use of an external penis-stretcher
to treat both small penis and penis curvature due to Peyronie’s
disease. Patient counselling is at all events essential to
have a full picture of the problem, since a morbid attention
to the size of his own penis might be the symptom of a more
complex psychiatric disorder where surgery is powerless or
may sometimes even give rise to additional problems.
Parole chiave: micropene, pene piccolo, dismorfofobia, terapie
fisioterapiche, terapie chirurgiche
DEFINIZIONE di MICROPENE
Per micropene si definisce un’asta che presenta una
lunghezza inferiore a 2,5 SD rispetto alla media per età
(Fabbrini, 1992) e per epoca di sviluppo sessuale (Menon,
2000), in assenza di altre anomalie anatomiche dell’organo.
Da questa definizione vengono pertanto escluse tutte quelle
dismorfie peniene associate ad una ridotta dimensione dell’asta
(come l’ipospadia).
Una corretta diagnosi è importante soprattutto nel
periodo neonatale, poiché anomalie peniene possono
essere il segno di malformazioni genitali associate o di quadri
polisindromici causa di incertezze nell’attribuzione
del sesso.
“PENE PICCOLO” e
DISMORFOFOBIA
In contemporanea all’estensione del concetto di benessere
si è avuto anche un costante aumento delle richieste
inerenti la cura del “pene piccolo”.
Con questo termine si intende un pene di dimensioni oggettivamente
nei limiti della norma, vissute tuttavia come soggettivamente
insoddisfacenti. Tale quadro rientra nella così detta
dismorfofobia, cioè a dire una preoccupazione per un
supposto difetto fisico che comporta un disagio evidente,
limitazioni nell’interazione sociale e/o lavorativa
(DSM-IV, 1996). La presunta anomalia peniena può essere
un problema prettamente estetico, riferito esclusivamente
al suo aspetto in condizioni di flaccidità, disturbo
da molti chiamato “sindrome da spogliatoio”; oppure
un problema funzionale, dove il soggetto considera normale
la lunghezza del proprio pene ma non trova gratificante il
suo calibro in erezione.
Nel tentativo di quantificare il fenomeno Ruiz Castañè,
citando dati di Mc Carthy, rileva che i due terzi degli uomini
pensa che il proprio pene si sia dimostrato piccolo almeno
in un’occasione nella loro vita (Ruiz Castañè,
1999).
Le richieste di correzione del pene piccolo rientrano oramai
anch’esse, al pari della rinoplastica o delle protesi
mammarie, nell’ambito della chirurgia estetica. Infatti
la maggior parte degli uomini che si sottopongono a tecniche
di elongazione peniena lo fanno per migliorare la propria
immagine e non per un reale problema funzionale o malformativo
(79% vs 14% e 6% rispettivamente in una fascia di età
compresa tra i 35 ed i 50 anni) (Roos H, 1994).
La dismorfofobia e l’entità del disagio che provoca
il pene piccolo vanno tipizzate con cura, poiché una
morbosa attenzione sulle dimensioni del proprio pene può
essere il sintomo di una più complessa patologia psichiatrica,
per la quale la chirurgia non può nulla, se non talora
creare ulteriori problemi.
DIMENSIONE DEL FENOMENO
Il fenomeno va valutato in modo diverso a seconda che si considerino
il micropene o il “pene piccolo”.
Dal punto di vista epidemiologico il micropene presenta una
incidenza dello 0,6% nella popolazione (Silver, 2002).
Sulla prevalenza del fenomeno dismorfofobia non sono disponibili
dati affidabili (DSM-IV, 1996). L’indagine epidemiologica
riguardante il “pene piccolo” può basarsi
sulla frequenza degli accessi ambulatoriali per questo problema.
Negli ambulatori del nostro Ospedale ed in quelli dei Centri
istituzionalmente collegati le richieste di consultazione
motivate da sospetto “pene piccolo” o da micropene
sono state nel 2001 il 3,3% delle prime visite: di questi
pazienti l’ 80% circa hanno posto il quesito nell’ambito
di una visita effettuata apparentemente per altre problematiche
ed il 20% hanno espressamente richiesto la consultazione solo
specificamente per questo sospetto. In base ad i nostri dati,
solo l’1 % di essi era realmente portatore di un micropene.
EZIOPATOGENESI
Le cause del micropene sono riconducibili ad un basso livello
di testosterone nel sangue fetale. La ridotta o mancata produzione
di testosterone da parte del testicolo fetale può esser
dovuta ad una insufficienza gonadica, primitiva o secondaria
a carenza di HCG materno nel 1° trimestre o ipofisaria
nel 2° e 3° trimestre.
Inoltre ci possono essere normali livelli di testosteronemia
ma una insensibilità periferica agli androgeni.
Quindi possiamo elencare tra le principali cause:
| S. di Kallman |
S. di Prader - Willi |
Androgenoresistenza |
| Deficit isolato di LH |
Nanismi di Laron |
S. di Noonan |
| Ipopituitarismo |
S. di Klinefelter |
S. di Down |
METODI DI MISURAZIONE
Prima ancora di entrare nel merito delle misure di riferimento
presenti in letteratura, va descritto il metodo di misurazione
utilizzato per determinarle. Infatti gli studi fanno riferimento
a 3 diverse tecniche di misurazione: a pene flaccido, a pene
disteso (stretched) ed in erezione completa (mediante iniezione
intracavernosa (ICI) di Prostaglandine e/o stimolazione audio-visiva
(VSS)); inoltre le misure riguardano sia la lunghezza che
la circonferenza peniena.
La misurazione della lunghezza viene condotta sulla superficie
dorsale del pene dalla sinfisi pubica alla punta del pene.
Le misure ottenute a pene flaccido sono risultate non predittive
della capacità erettile in quanto scarsamente riproducibili
e suscettibili di notevole variabilità. Le misure eseguite
a pene stretched mostrano una stretta correlazione con la
reale lunghezza in erezione (Wessells et al, 1996b) e pertanto
sono comunemente usate ambulatorialmente al posto delle misure
con pene in erezione in quanto più pratiche e maneggevoli,
oltre che non invasive. In uno studio per assestare la forza
da esercitare durante lo stiramento, si definisce in 450 grammi
la forza necessaria a mettere in tensione il pene (cioè
ben al di sopra di quella generalmente esercitata nella pratica
clinica) al fine di ottenere un valore di lunghezza stretched
altamente predittivo della potenziale lunghezza in erezione
(Chen et al, 2000).
L’uso dell’ultrasonografia nella misurazione dei
corpi cavernosi si è dimostrato accurato solo in età
pediatrica con bambini al disotto dei 22 mesi di età
(Smith et al, 1995).
La misurazione della circonferenza viene fatta generalmente
a metà dell’asta a pene flaccido e/o in erezione.
La misurazione è suscettibile di variazioni anche interpersonali
poiché molto influenzata da fattori esterni quali temperatura
esterna, stress, astinenza sessuale.
CONCETTO DI NORMALITÀ
Per quanto riguarda i valori di normalità ci sono molti
studi al riguardo con casistiche molto varie.
Nei neonati a termine la lunghezza del pene stretched entro
3 giorni di vita è in media di 3,6 ±0,4 cm.
Pertanto viene definito come micropene il riscontro di un
valore <2,6 cm. Tale valore è sicuramente correlato
con l’età gestazionale, ma non con il volume
testicolare, la lunghezza del neonato o la circonferenza della
testa (Sutan-assin et al, 1989), mentre è controversa
la correlazione con il peso alla nascita. Ci sono alcune differenze
razziali. Infatti, ad esempio, malgrado non ci siano sostanziali
differenze tra Caucasici ed Asiatici alcuni autori propongono
di considerare 2,3 cm il valore minimo della normalità
per la razza cinese (Cheng, 2001).
Anche nell’adulto i valori variano con la razza e anche
da studio a studio. Secondo Wessells nella razza caucasica
la lunghezza media del pene in flaccidità è
di 8,8 cm; stretched è di 12,4 (±2,7 cm); in
erezione è di 12,9 cm circa. Per cui si parla di micropene
per misure < 6 cm (Wessells et al, 1996b).
Uno studio italiano (Ponchietti et al, 2001) su un campione
di 3300 persone sane di età compresa tra i 17 ed i
19 anni ha riscontrato valori sovrapponibili con lunghezza
del pene stretched di 12,5 cm e circonferenza in stato di
flaccidità di 10 cm.
Uno studio (Da Ros et al, 1994) sulla lunghezza del pene dopo
ICI nell’adulto di razza caucasica rileva una lunghezza
media di circa 14,5 cm (range 9,0-19,0cm) con il 76% della
popolazione con lunghezza tra i 12,0 ed i 16,0 cm.
Per la circonferenza a pene flaccido sono considerati nella
norma valori medi di 9 cm con range tra i 6 ed i 12 cm. Da
Ros considera due diverse misurazioni della circonferenza,
prossimale e distale al pube con i seguenti valori medi di
normalità: 11,92 cm (range 9-15 cm) e 11,05 cm (range
8-14 m) rispettivamente (Da Ros et al, 1994). Le misurazioni
condotte in erezione hanno rilevato valori medi di circa 12,5
cm (range 10-15 cm). Questi valori si sono dimostrati significativi
se rapportati tra loro utilizzando la Rigidometria Peniena
Notturna, in quanto un incremento di circonferenza da flaccido
ad eretto maggiore di 20 mm (misurato mediante Rigiscan) sarebbe
predittivo di assenza di disfunzione erettile (DE) (assenza
nell’80% dei casi); valori basali inferiori a 9,5 cm
con un incremento di circonferenza inferiore ai 20 mm verrebbero
ritenuti altamente predittivi di DE (presenza nell’80%
dei casi) (Adachi et al, 1997).
TERAPIA MEDICA
Un trattamento farmacologico ottiene risultati solamente se
eseguito in epoca pre- puberale. La terapia medica ha come
obbiettivo l’innalzamento dei valori androgenici sierici,
mediante terapia sostitutiva con testosterone o mediante stimolazione
gonadotropinica, riservata ai casi di diagnosticato ipogonadismo.
Comunemente si ritiene che instaurare una terapia precocemente,
già nel periodo neonatale, consenta un miglior risultato
ed inoltre permetta di valutare l’ipotesi di cambio
del sesso fenotipico in caso di mancata risposta (Ludwing,
1999). Ma l’efficacia della risposta dipende comunque
dalla patologia di base e dalla lunghezza alla prima osservazione.
Infatti dopo terapia con testosterone l’incremento è
maggiore nel micropene isolato rispetto a quello associato
ad ipospadia (+2,1 cm vs +1,3 cm) e non è dipendente
dalla dose totale di testosterone assunto (Velasquez-Ursola
et al, 1998). Inoltre studi su ratto hanno dimostrato che
il trattamento precoce con testosterone (7° giorno di
vita) provoca una prematura crescita del pene con una conseguente
riduzione delle reali dimensioni in età adulta (McMahon
et al, 1995). In uno studio longitudinale (Bin-Abbas et al,
1999) sul micropene da ipogonadismo ipogonadotropo in età
adulta, non si è riscontrata alcuna differenza statisticamente
significativa tra soggetti trattati con testosterone prima
dei 2 anni di vita o tra i 6 ed i 16 anni, con il raggiungimento
di una lunghezza nella norma in entrambi i gruppi (valore
medio: 10,3 ±2,7 cm con range da 8 a 14 cm).
La terapia con testosterone va iniziata dopo aver verificato
la responsività della gonade mediante HCG test.
Si può utilizzare il testosterone enantato alla dose
di 25/50 mg per mese per circa 2-3 mesi (Ludwing, 1999), oppure
il testosterone al 5% in crema per 21 giorni. Si sono ottenuti
risultati anche con il DHT in crema alla dose di 25 mg (o
12,5 mg per pazienti di età inferiore ai 10 anni) per
2 mesi (Fischer Santos, 1999).
La terapia con gonadotropine è riservata ai pazienti
affetti da ipogonadismo ipogonadotropo. In questo caso la
terapia con LH/FSH ricombinante (20 e 21,3 UI SC 3 volte a
settimana rispettivamente) può essere iniziata anche
intorno al primo anno di vita ottenendo una crescita sia delle
dimensioni peniene (da 1,6 a 2,4 cm) che testicolari (del
170%) (Main et al, 2002).
TERAPIA CHIRURGICA
Al momento esistono varie tecniche di allungamento del pene
che si basano sulla trazione esterna del pene o sulla chirurgia
classica. Le due metodiche si possono associare per consentire
un potenziamento del risultato.
TECNICHE FISIOTERAPICHE DI ELONGAZIONE
Molti chirurghi sono convinti che allungare i corpi cavernosi
non sia possibile. Questo concetto sembra sia da rivedere
in seguito ai risultati ottenuti con le tecniche fisioterapiche.
Tali tecniche prendono spunto da culture primitive e trovano
riscontro in altre discipline mediche come l’ortopedia
(allungamento di diafisi ossee) e la chirurgia plastica (nelle
ustioni), dove si è riscontrato che il tessuto in trazione
attiva diventa sede di una proliferazione cellulare che permette
l’aumento strutturale della parte. Non esistono lavori
scientifici a riguardo ma solo pubblicazioni nelle quali manca
una verifica metodologica e che necessitano di un riscontro
oggettivo dei dati. Tra le varie pubblicazioni riportiamo
il lavoro di B. Fischer Santos, che descrive le varie tecniche
fisioterapiche riassumendone le principali caratteristiche
(Fischer Santos, 1999).
Il principio della depressione prodotta dalle apparecchiature
“ex vacuum” utilizzate nella disfunzione erettile
sembra ottenere risultati anche nell’elongazione peniena.
Esistono vari dispositivi in commercio. Prima dell’applicazione
dell’apparecchio è comunque richiesta una ginnastica
della muscolatura pelvica ed un massaggio dei corpi cavernosi,
rendendo necessaria una partecipazione attiva e costante dell’interessato.
I risultati dipenderebbero dal tempo di utilizzo: si stima
un aumento in lunghezza di circa 0,25 cm dopo 6 mesi di impiego
costante dell’apparecchio per almeno 2 ore al giorno.
Viene citato da Fischer Santos il caso di un soggetto con
evidente dismorfofobia che ha utilizzato per oltre 10 anni
una di queste apparecchiature, ha ottenuto l’allungamento
penieno di circa 11 cm (dai 15 cm iniziali a 26 cm) e non
si ritiene ancora soddisfatto (Fischer Santos, 1999).
Altra tecnica è quella della trazione elastica costante
per mezzo di un apparecchiatura denominata “GRIP Leg
Strap/Tension System” che permette una trazione continua
mediante un cavo elastico ancorato da una parte all’estremità
del pene e dall’altra alla coscia del soggetto, permettendo
così di regolare la tensione da esercitare giornalmente,
con una forza possibile tra i 900 ed i 3600 grammi . Questa
tecnica permetterebbe una gestione più maneggevole
rispetto alla tecnica vacuum consentendone l’utilizzo
anche durante le attività quotidiane (Fischer Santos,
1999).
Un diverso metodo è quello basato sulla trazione mediante
forza gravitazionale utilizzando apparecchi (ne esistono diversi
in commercio) che permettono di agganciare un peso al pene
in modo da mantenere una sollecitazione costante. Il principio
è lo stesso in uso presso talune etnie africane. Mediamente
questa tecnica potrebbe far ottenere un allungamento di circa
0,5 cm dopo 6 mesi di utilizzo e potrebbe essere usata come
compendio alla chirurgia per potenziarne i risultati (Fischer
Santos, 1999).
Ultimi strumenti ideati per mantenere in trazione il pene
sono i cosiddetti “Jes Extender”® e “Andro-Penis”®
(Figura 1), due apparecchi con meccanismo analogo (disegnati
il primo da un danese, il secondo da un tedesco), dotati di
due anelli (uno in plastica ed uno in silicone) uniti da due
aste metalliche laterali regolabili che permettono di mettere
in tensione il pene, regolando la forza della trazione, che
per il Andro-Penis può variare dai 600g ai 1500g. L’apparecchio
va utilizzato iniziando il carico in modo progressivo e, a
regime, va applicato per non meno di 6 ore al giorno (8-10
ore) per un periodo minimo di 3 mesi. I risultati dichiarati
(Gomez de Diego, 2001) indicano un incremento in lunghezza
tra i 3 ed i 4 cm (0,5 cm/mese) sia in flaccidità che
in erezione ed un incremento nella circonferenza di 1 cm in
4-6 mesi circa. L’incremento è riferito direttamente
correlato al tempo di utilizzo. Anche questi strumenti possono
essere utilizzati insieme alla chirurgia.
Il nostro gruppo sta utilizzando quest’ultima classe
di estensori penieni esterni con risultati soddisfacenti sia
nella cura del pene piccolo che nel morbo di La Peyronie.
Per quanto riguarda il “pene piccolo”, i nostri
primi dati su 9 pazienti mostrano un incremento medio della
lunghezza peniena stretched di 1,8 cm dopo 4 mesi con un utilizzo
medio dello strumento per 6 ore e 30 minuti giornalieri. Gli
incrementi maggiori, dai 2,4 cm ai 3,1 cm, si sono ottenuti
nei soggetti che utilizzavano il Andro-Penis per più
di 6 ore al dì (tra le 7 e _ e le 9 ore). (Colpi et
al, 2002a).
Un soggetto che si era precedentemente sottoposto ad intervento
di sezione del legamento sospensore (vedi sotto) ha ottenuto
un ulteriore incremento in lunghezza di 3,3 cm (da 11 cm dopo
chirurgia a 14,3 cm) dopo l’applicazione per 8 ore al
giorno per 6 mesi.
Abbiamo utiliz\zato lo stesso apparecchio nel morbo di La
Peyronie, ottenendo una riduzione media dell’incurvamento
del 40% circa (dai 34,1°±4,9° ai 20,0°±12,2°)
dopo 3 mesi di trattamento (Colpi et al, 2001) ed un incremento
della lunghezza peniena stretched direttamente proporzionale
(p<0,05) al grado di retrazione (Colpi et al, 2002b).
Questi dati documentano l’efficacia della tecnica di
stretching peniena, che si pone sempre più come valida
alternativa alla chirurgia classica specie in considerazione
delle complicanze che questa spesso comporta (vedi sotto).
TECNICHE CHIRURGICHE DI ELONGAZIONE
La terapia chirurgica va riservata ai casi non-endocrinologici
o a tutti quei casi di non responsività alla terapia
ormonale. Non discuteremo della chirurgia in età pediatrica
e di quella atta al cambio del sesso fenotipico nel periodo
neonatale, ma solo della tecnica di elongazione peniene in
età adulta.
Secondo Wessells si considerano candidati alla terapia chirurgica
soggetti che presentano una lunghezza peniena inferiore a
7,5 cm in erezione/stretched e 4 cm in flaccidità (Wessells,
1996b). Le tecniche chirurgiche sono mirate ad ottenere una
maggiore prominenza dal pube del pene in flaccidità
e/o ad incrementarne il calibro. Per incrementare la lunghezza
si può intervenire sezionando il legamento sospensore
del pene oppure aspirando il grasso pubico che circonda la
base della porzione pendula del pene. I due interventi possono
essere fatti in associazione al fine di potenziarne il risultato.
Per incrementare la circonferenza si inserisce del materiale,
nella maggior parte dei casi tessuto adiposo autologo, nel
sottocutaneo del pene.
La sezione sub-totale del legamento sospensore che tiene ancorato
il pene al pube è una procedura tecnicamente semplice
e scevra da complicanze maggiori. In questo modo è
possibile “esteriorizzare” parte della porzione
non pendula dei corpi cavernosi ottenendo un guadagno medio
in lunghezza a pene flaccido di circa 2-3 cm.
Spesso a questa procedura si associa la lipoaspirazione del
grasso pubico, che consiste nella rimozione del tessuto adiposo
che circonda -e quindi ricopre- la base dell’asta, consentendone
una migliore esteriorizzazione. Inoltre l’adipe rimosso
può essere utilizzato per incrementare la circonferenza
peniena.
La liposcultura consiste nell’inserzione nel sottocutaneo
del pene di tessuto adiposo autologo prelevato dal pube o
dalla coscia per incrementare la circonferenza dell’organo.
La procedura è tecnicamente in apparenza molto semplice,
ma presenta l’inconveniente di un eventuale riassorbimento
del materiale inserito o la comparsa di irregolarità
del calibro del pene, oltre che, in rari casi, la necrosi
del grasso e della cute. È possibile dover ripetere
a breve distanza di tempo l’intervento. Le dimensioni
di calibro che si possono raggiungere sono in funzione delle
richieste del paziente.
Analoghi risultati si ottengono con la chirurgia plastica
inserendo sul pene, lateralmente, cute prelevata in regione
glutea. Un’ultima tecnica prevede l’inserzione
nel sottocutaneo penieno di collagene (Fischer Santos, 1999).
Tale procedura non presenta gli inconvenienti della liposcultura
classica consentendo buoni risultati con metodiche di semplice
esecuzione ma ancora a costi sostenuti. Altra tecnica di recente
applicazione è quella introdotta da Austoni (Austoni
et al, 1999) e riservata ai casi di dismorfofobia funzionale.
Tale tecnica consiste nell’incisione longitudinale dei
corpi cavernosi e nell’allargamento dell’albuginea
mediante innesto di safena, consentendo un incremento di circonferenza
peniena variabile da 1,1 cm a 2,1 cm. Tuttavia non ci risultano
ancora a questo proposito conferme dalla letteratura relative
alla validità dei risultati estetici e funzionali (mantenimento
della rigidità erettiva).
La chirurgia di elongazione presenta varie complicanze e controindicazioni
che meritano alcune considerazioni.
La stragrande maggioranza degli interventi, quasi il 100%
secondo alcuni, vengono richiesti da soggetti affetti da “pene
piccolo” e non da micropene, con aspettative spesso
irrealistiche (www.issir.org, 2002), poiché le tecniche
chirurgiche descritte non sono in grado di allungare i corpi
cavernosi ma solo di renderli “più visibili”.
Pertanto è di fondamentale importanza un corretto counseling
per definire con chiarezza sia le aspettative del soggetto
che le reali possibilità terapeutiche. Inoltre la sindrome
del pene piccolo si riscontra più di frequente in quadri
psicopatologici che in semplici manifestazioni di disagio
per il proprio fisico (van Driel et al, 1998), ed in questi
casi, ovviamente, la chirurgia non è un’indicazione
terapeutica. Glina descrive un caso di suicidio dopo complicanze
per intervento chirurgico di elongazione (www.issir.org, 2002).
La quota dei soggetti insoddisfatti della chirurgia è
comunque alta (www.issir.org, 2002), così come le complicanze
riscontrate. In uno dei rari lavori sulle complicanze chirurgiche,
Wessells riporta che su 12 pazienti ben 6 si sono dovuti sottoporre
a revisione chirurgica; che ad 1 anno dall’intervento
era stato perso dal 55% al 90% del volume penieno ottenuto
con la liposcultura autologa e che ben 2 pazienti riferivano
un peggioramento delle funzioni sessuali; solo 1 paziente
riferiva un soggettivo allungamento del pene (Wessells et
al, 1996a). Analogamente Kropman riporta che, ad un follow-up
di circa 36 mesi, su 16 pazienti sottoposti a chirurgia solo
5 si consideravano soddisfatti dell’intervento contro
i 3 scarsamente soddisfatti ed i 7 totalmente insoddisfatti
(Kropman et al, 1999).
Tra i motivi dell’insoddisfazione spesso c’è
il riscontro di un pene apparentemente più lungo solo
sul piano frontale, mentre sul piano sagittale l’inserzione
pubica e la borsa scrotale più bassi possono apparire
anomali; inoltre la dislocazione in basso potrebbe provocare
dolori testicolari (www.issir.org, 2002). Infine l’angolo
peno-pubico che ne risulta è molto spesso maggiore
di 90°, rendendo, a volte, difficoltosi i rapporti sessuali.
Inoltre per quanto riguarda la chirurgia di ingrossamento
del calibro penieno, secondo D. Ralph dell’Institute
of Urology di Londra, a riprova che il numero delle coplicanze
sia elevato lo testimonia l’elevato numero di cause
penali per danno contro i chirurgi estetici americani che
si sono dedicati a questo tipo di chirurgia.
In conclusione, in questo tipo patologia resta fondamentale
il colloquio con il paziente ed il suo completo inquadramento,
tenendo conto che secondo Amar (www.issir.org, 2002) dopo
un corretto ed approfondito colloquio solo il 10% delle persone
che si rivolgono all’urologo restano convinti di sottoporsi
ad interventi di falloplastica.
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